Perché il dialetto di Alessio Bondì è davvero un linguaggio universale

Benvenuti. Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.

Quando un terrestre infila l’orecchio dentro una conchiglia ci sente il mare; chi è nato sul mare non ha bisogno di conchiglie per sentirlo anche quando è lontano. Anzi, quando è lontano lo sente nelle orecchie ancora più forte. È la condanna dal sapore vagamente epico di chi nasce vicino all’acqua e poi viene strappato via dalla vita e portato in società robotiche, all’avanguardia, ma che in realtà ti fanno solo rimpiangere i pomeriggi delle rovesciate sulla spiaggia con due ciabatte per pali. E poi per tornare in quei luoghi, ovviamente, c’è la musica che nasconde potenzialità che vanno ben oltre i confini della nostra logica, che è capace di farti viaggiare nel tempo e nello spazio. Ecco, quello che proponiamo in questo capitolo del Manuale per genitori indi(e)pendenti è esattamente questo: un viaggio.
 

Chi è Alessio Bondì

Siete fortunati, la meta è una delle più indicate per una vacanza: il cibo migliore del mondo, il mare migliore del mondo, il calore costante delle persone e del cielo, e quel vago senso di antico, come l’odore nostalgico di quando si scova, rimasto vent’anni nascosto in un mobile sotto le macerie di tovaglie ricamate mai utilizzate, l’album di fotografie dei vostri nonni. La Sicilia ovviamente. L’isola più bella e sfortunata del pianeta. E c’è un ragazzo che da qualche anno non la canta ma in qualche modo, tramite la sua voce e la sua musica, la incarna. Si chiama Alessio Bondì, ed è l’artista del quale vi parliamo a ‘sto giro.

Bondì è uno dei pochissimi che è riuscito a scovare le venature folk del dialetto siciliano e cantarle con una poesia di rarissima fattura. Solitamente il dialetto in musica sa di cibo che è un peccato buttare e che ingurgiti per principio eliminando la parte ammuffita. Risparmiandoci tutte le eventuali ed inutili tirate rispetto all’importanza di preservare la cultura dialettale, bisogna ammettere che declinato in musica spesso il dialetto risulta dannatamente anacronistico. La magia di Bondì sta proprio nel sovvertire radicalmente questa regola ormai consolidata.

Nasce a Palermo e il primo amore è per la musica in inglese, poi arriva nella sua vita il teatro, si trasferisce a Roma e si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica Corrado Pani; ci piace pensare che sia proprio nella capitale, come capita spesso ai siciliani in trasferta, che abbia riscoperto le proprie radici e cominciato a scrivere quella perla di disco che è “Sfardo”, siamo nel 2015 e il disco finisce dritto dritto tra i finalisti del Premio Tenco. Non poteva essere altrimenti, Bondì racconta con una grazia infinita la Sicilia che non ti aspetti; quella di una ninna nanna, la più emozionante, divertente, leggera e azzeccata proposta nel cantautorato italiano negli ultimi decenni, si intitola “Di cu si” (di chi sei) ed è talmente dolce che genera sprazzi di inattesa speranza nell’universo.

Vai avanti nell’ascolto e non ne sbaglia una “Wild Rosalia”, “Granni Granni”, “In funn’o mare” e ti accorgi improvvisamente che la musica è un concetto talmente universale che anche se non riusciresti a distinguere una sola parola stai capendo tutto. Il suo cantato è lo specchio dell’andatura a rilento di un mare calmo, con le sue piccole onde, quello che ti spinge inevitabilmente, crudele, alla riflessione. E poi il viaggio continua tra i vicoli della Vucciria, il quartiere più vivace e divertente di Palermo, nell’omonima canzone, anche questa tra le sue più belle. Il suono dominante è sempre quello della chitarra, ma le influenze sono diverse: c’è chi lo mette in mezzo tra Jeff Buckley e Rosa Balistreri, un’altra storica interprete di un certo aspetto della Sicilia.

“Sfardo” comunque, procedendo nell’ascolto dei pezzi, come la meravigliosa “Es mi mai”, suona come un’unica meravigliosa ballad. Nel frattempo la Sicilia l’hai già dimenticata, infatti meglio essere più precisi e spiegare che è chiaro che Alessio Bondì sia uno dei cantautori più ascoltati a Palermo, ma è anche vero che quando gira riscuote successo ovunque, che la sua musica è più universale di qualsiasi altro prodotto la discografia italiana abbia sfornato negli ultimi anni. Non è un caso se “Sfardo” ha riscosso successo in Austria, Belgio, Brasile, Francia, Germania, Olanda, Svizzera, Gran Bretagna, insomma, ovunque, e anche in tutta Italia ovviamente, dove i suoi concerti sono sempre attesissimi. E lo saranno anche questo autunno quando girerà con i pezzi del suo nuovo album “Nivuru”, che è appena uscito dopo tre anni di silenzio. Se l’è tirata Bondì, ma alla fine ce l’ha fatta, ed è tornato con altre nove perle.

L’effetto è simile a quello del disco d’esordio, un’unica lunga splendida litania che prende vita in certi pezzi più ritmati, con sonorità certamente più moderne rispetto a quelle di “Sfardo”, certamente più complesse, certamente più costruite, ma ugualmente intriganti. “Ghidara”, “Si fussi fimmina” (primo singolo uscito con un video tutto da guardare), “Savutu”, “Un favuri”, tutte ugualmente belle, tanti piccoli cortometraggi in salsa siciliana che basta chiudere gli occhi e si prende il volo verso posti lontani. È raro trovare artisti capaci di cotanta magia. È complesso trovare nelle generazioni di artisti precedenti a questa, qualcuno che avesse questa specifica dote, forse perché la lingua dialettale è sempre stata usata per raccontare storie impolverate, scritte per fare solo da sottofondo alla solita taranta, per accompagnare i balli col tamburo, lasciando da parte la bellezza in sé della lingua.

Non è un caso allora se l’unico dialetto che ancora resiste (e vende) sia quello napoletano, che prescinde dalla sua storia per raccontare ciò che è oggi la vita. E poi c’è Alessio Bondì, che prende la suddetta vita, la sua lingua, musica proveniente da ogni parte del mondo, e le miscela in un’unica romantica visione della realtà. Dove tutto è poetico, come sedersi su una spiaggia umida della Sicilia a guardare il sole morire nel mare. Questa è la musica della quale stiamo parlando. E ora mettete via cellulare e telecomando, trovatevi i dischi di Alessio Bondì e occupatevi di voi stessi.

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